EDIZIONE LIMITATA

Istanbul 2011

Nascosto tra la moschea Beyazit, l’università e il gran bazar, sotto l’ombra di alberi e minareti, si trova Sahaflar çarşısı, il bazar dei libri usati di Istanbul, in attività sin dall’epoca bizantina come bazar dei libri e della carta.

Il mercato dei libri, pur se di piccole dimensioni e poco conosciuto, ha rappresentato sin dalle sue origini il luogo di incontro di studiosi ed intellettuali della città. Sopra i banchi del mercato si trovano libri di ogni genere, antichi e moderni, religiosi e non, stampati o finemente curati con l’arte della calligrafia, scritti con alfabeto arabo o latino.

Una tale varietà è frutto della storia della lingua turca dell’ultimo secolo la cui riforma del 1928, voluta da Atatürk nella sua politica di modernizzazione della Turchia, incluse l’abolizione dell’alfabeto arabo a favore del nuovo alfabeto turco derivato da quello latino. Inoltre, la diffusione nel mercato di numerosi manoscritti deriva dall’attenzione storica rivolta verso la conservazione dell’arte della calligrafia, nata con il fine ultimo di trascrivere i testi sacri e preservata negli anni; infatti per molti secoli la riproduzione di tali testi è stata ammessa solo tramite manoscritti.

Sahaflar çarşısı rappresenta un centro naturale di aggregazione culturale, custode di quella quiete che spinge i suoi “abitanti”, venditori, studenti, passanti, a soffermarsi a parlare, leggere, riposare o prepararsi alla preghiera con abluzioni fino al momento in cui la voce del muezzin risuona puntuale dentro e fuori le mura del bazar e uomini e donne interrompono le loro attività per dirigersi silenziosi dentro la moschea.

Oggi alla Turchia sono imputate numerose violazioni del diritto alla libertà di espressione. Tali violazioni sono state riconosciute e condannate dalla comunità internazionale, in particolare da decisioni della Corte Europea dei Diritti Uomo, ma anche da prese di posizione da parte delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Ampie preoccupazioni a riguardo sono state, inoltre, espresse dai diversi osservatori sui diritti umani come Human Rights Watch, Amnesty International e Reporter Senza Frontiere, che, quest’ultima, nel 2013 ha definito la Turchia come “la più grande prigione al mondo per giornalisti”.

Nella situazione odierna, viene da domandarsi quale messaggio possa lasciare ai passanti la statua di Ibrahim Müteferrika – diplomatico e intellettuale del ‘700 che si impegnò per rendere possibile in Turchia la diffusione di libri stampati – che si erge vigile nel centro del mercato di Sahaflar çarşısı, guardiano della sua conquista culturale, quasi a ricordare il ruolo della stampa di “cane da guardia” della democrazia.

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