INTRO – Sara la Nera

Saintes-Maries-de-la-Mer 2013

¿A dónde vas? je me souviens t’avoir connue aux Saintes-Marie-de-la-Mer, je me souviens t’avoir perdue, c’etait demain c’etait hier, il y avait dans ton regard des voyages et des océans, c’est la liberté des gitans. ¿A dónde vas?. Ricao

 “La diversità culturale rappresenta un patrimonio comune dell’umanità che dovrebbe essere valorizzata e salvaguardata a beneficio di tutti” (UNESCO 2005, Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali).

 Ogni anno, a maggio, Gitani, Rom, Sinti, Romanichals e Manouches provenienti da ogni parte d’Europa si incontrano a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Francia, per venerare Santa Sara, protettrice della popolazione romanì.

Il pellegrinaggio ha origine dalla leggenda secondo la quale le due Marie, Maria Salomè e Maria Jacobi, viaggiando su una barca dalla Palestina approdarono sulle rive della Camargue e lì furono accolte, o, secondo altre versioni, erano accompagnate, da Sara la Nera (la Kali), serva di origine egiziana.  Come in ogni tradizione secolare, il limite tra la leggenda, la realtà e la fede che anima la storia è poco delineato e forse in questo caso, proprio l’origine poco certa della figura di Sara, ufficialmente mai canonizzata da alcuna confessione religiosa, la rende un personaggio in grado di accomunare tutti i gruppi della popolazione romanì, con storie e religioni diverse tra loro. Le processioni verso il mare di Santa Sara e delle Sante Marie rievocano lo sbarco da cui ha origine la leggenda, e, secondo alcuni, assumono il valore simbolico della purificazione attraverso l’immersione nelle acque, a ricordo del rituale indiano dell’immersione nel Gange, interpretazione derivante dall’ipotizzata origine indiana del popolo romanì.

Durante i giorni del pellegrinaggio Saintes-Maries-de-la-Mer diventa un luogo di festa e di incontro. La musica è la protagonista. Genti di lingue diverse, ma appartenenti alla stessa cultura, animano le strade della cittadina e con loro i Gagè (i non appartenenti alla popolazione romanì) partecipano ai festeggiamenti in un’atmosfera di totale condivisione.

Il forte senso di appartenenza alla romanipé, l’identità romanì, è ciò che unisce tra loro, in quei giorni, le diverse etnie di Gitani, Rom, Sinti, Romanichals e Manouches, separati geograficamente nel corso della storia.

In un momento come questo in cui la questione dell’integrazione sociale dei popoli di origine romanì ha assunto un’importanza fondamentale sia all’interno dei sistemi dei singoli stati che nelle politiche europee – lo conferma il “Quadro dell’UE per le strategie nazionali di integrazione dei Rom fino al 2020” della Commissione Europea, che si inserisce nell’ambito delle strategie Europa 2020 – potrebbe essere importante raccontare, con gli occhi di una “Gagè”, parte della loro cultura per valorizzarne la ricchezza. L’intento di questo reportage è quello di avvicinare chi lo osserva ad una parte della storia della popolazione romanì e, sperando di incentivarne l’approfondimento, di allontanare quei pregiudizi e quelle discriminazioni che per secoli hanno condannato questo popolo, originariamente nomade per difesa, alla mobilità coatta e all’esilio forzato.

Oggi si stima che circa l’80% dei gruppi appartenenti alla popolazione romanì sia sedentario. Di fatto, quindi, non essendo più il nomadismo un tratto essenziale della loro cultura, diventa ancora più rilevante, oggi, la questione della loro integrazione sociale. Questa non può avvenire senza un’adeguata apertura e comprensione della loro cultura di appartenenza, “sapendo che la diversità culturale crea un mondo prospero ed eterogeneo in grado di moltiplicare le scelte possibili e di alimentare le capacità e i valori umani, rappresentando quindi un settore essenziale per lo sviluppo sostenibile delle comunità, dei popoli e delle nazioni” (UNESCO 2005, Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali).

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